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Il Giappone e i DLC: benvenuto nel 20 secolo, baby.

Qualche mese addietro discorrevo allegramente con i miei soci del blog su quanto i giochi giapponesi fossero alla fine meno stronzi di quelli occidentali. Non mi riferivo di sicuro alla difficoltà dei titoli, quanto al fatto che sono dei giochi che ti permettono ancora di vedere la nostra adorata scritta “1000 G”. Lodavo infatti l’integrità dei nostri amici  dagli occhi a mandorla nel non voler lucrare a costo della vita su qualsiasi titolo, propinandoci contenuti scaricabili di dubbia qualità a costi spropositati. Evitiamo chiaramente di parlare del diarreoso DLC che Capcom ha provato a propinarci con Resident Evil 5. Nel tempo però le cose sono cambiate: ultimamente infatti i giapponesi stanno fiutando il business legato al contenuto scaricabile. Ben arrivati.

Ed ecco che improvvisamente quella piccola nicchia felice di giochi giappo, che non riservavano sorpresa alcuna, che potevano essere venduti dopo averli completati senza la paura che un maglio rotante in piena zona pelvica ti obblighi a cacare MP per qualche ora di sofferenza in più. Ovviamente i nostri amici sono subito partiti in quarta ed ecco che nella migliore tradizione delle peggiori SH fottigrana, hanno subito iniziato con finali alternativi (vedi Final Fantasy), trasformazione da un beat’em up a picchiaduro ( Asura’s Wrath) e gli esempi non si fermano qui. Ora, in questa situazione paradossale, dove neanche una cintura di castità in titanio puo’ preservare l’integrità delle nostre terga, qual’è la reale soluzione al problema? Battersene le palle ed avere il gioco palesemente incompleto oppure continuare a sottostare a questi veri e propri furti legalizzati? Il pro-gamer disagiato ha già la risposta pronta, ma gli altri?

Japan hates us all: descrizione.

Sicuramente a tutti voi è capitato, almeno una volta nella vita, di giocare almeno ad un titolo proveniente dal Giappone. Mi riferisco ai vari Final Fantasy, Street Fighter, Ninja Gaiden e la lista potrebbe andare avanti all’infinito. Dobbiamo molto all’industria dei videogame nipponica, se non tutto: probabilmente, senza la loro ispirata visione del videogaming, staremmo ancora giocando con quelle due fottute asticelle su schermo verde.

Premetto anche che io non amo particolarmente i titoli “Made in Japan”. Sono pigro. Lo ammetto.

Il luogo comune più diffuso è: gioco giapponese = gioco difficile e, dalla mia esperienza, ormai quasi ventennale, è un luogo comune fottutamente azzeccato. Ogni titolo orientale è un casino mostruoso, un concentrato di bestemmie fotoniche e joypad incastonati nel muro. La carogna che sale giocando ad alcuni titoli è troppo anche per il giocatore più smaliziato e le cose, per il completista malato di mente, sono addirittura da ricovero per convulsioni e/o attacchi di isterismo. Millare, per dire Ninja Gaiden, è un privilegio di pochissimi, selezionati eletti. Personalmente non ne conosco nessuno. Giocare online (e ottenere i relativi obiettivi) a Street Fighter 4, specialmente se si ha la sfiga di beccare un avversario giapponese, è semplicemente impensabile: neanche il tempo di premere un tasto e il nostro ano sarà divelto senza gentilezza. Millare Devil May Cry 4 è impresa più divina che eroica. Cercare di mantenere un contegno di fronte all’assurda difficoltà di Dark Solus è a livelli di disagio mentale preoccupante.

Tutto vero, tutto collaudato.

Ma la vera domanda è: sono i giapponesi ad essere fuori di testa o siamo noi, con il tempo e con l’età a diventare dei super nabbi?

I giocatori di vecchia data avranno sicuramente in mente i vecchi giochi anni 80 – 90. Quelli si che erano davvero giochi con cui impazzire. La difficoltà media in quel periodo era davvero mostruosa. Se avete qualche dubbio, scaricatevi dal Live la “Game Room”, una mirabolante raccolta di giochi arcade d’epoca. Vi sfido a giocare per due ore di fila senza avere la schiuma alla bocca.

Provando questi giochi ci si rende immediatamente conto di quanto la difficoltà media di un titolo si sia abbassata con gli anni. A ben vedere, i game nipponici sono gli unici che hanno mantenuto un livello di sfida costante durante gli anni, rimanendo fedeli al concetto che per finire un gioco, bisogna guadagnarselo. Ancora peggio, se vuoi millare un titolo Made in Japan devi essere pronto a sputare sangue per svariate centinaia di ore.

IO NO. Si fottano i 1000 G se ogni volta che mi accosto ad uno di questi titoli, devo far partire scatole di Xanax come fossero Zigulì. Preferisco stare nel mio comodo orticello occidentale, costellato di giochi medi per l’uomo medio, senza necessariamente andare a scadere nei vari titoli per bimbiminchia, tristemente giocati da ultra trentenni per ringalluzzire il gamerscore.

In definitiva: Giappone, ti stimo e apprezzo in egual misura ma non fai per me.

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